Con l’Ordinanza n. 273 del 4 maggio 2026 il Commissario Straordinario ha annunciato un intervento di portata considerevole: 1,4 miliardi di euro stanziati per la sostituzione del bonus 110% negli accolli delle pratiche di ricostruzione, ai sensi dell’art. 1, comma 616, della L. 199/2025. È lo strumento pensato per chi ha aderito in buona fede al Superbonus e si è trovato con il meccanismo di finanziamento bloccato dal legislatore, con lavori non ultimati e spese eccedenti rimaste a proprio carico. Sulla carta, un grande sollievo. Nella pratica, restava fino a poco fa un tassello decisivo ancora fermo — che oggi, però, si è finalmente sbloccato.
Il decreto è arrivato: quel fronte è chiuso
Un aggiornamento va registrato subito, perché cambia i termini della discussione: il decreto di riparto delle risorse del Dipartimento Casa Italia è arrivato, con la bollinatura che ne completa l’iter. È inutile continuare a contestare questo punto specifico — la questione della mancata emissione, che fino a poche settimane fa rappresentava il principale ostacolo all’operatività dell’Ordinanza 273, è oggi superata. Le prime pratiche pilota sulla piattaforma GE.DI.SI. risultano già avviate, e i committenti interessati possono dichiarare l’adesione al Superbonus nel Quadro C — Sezione «Disciplina concorso risorse» della Richiesta di Contributo alla Ricostruzione, con una base normativa ora pienamente efficace.
Ma l’arrivo del decreto non chiude la partita: sposta semplicemente il baricentro del problema. Risolto il nodo del riparto delle risorse, resta interamente aperto — anzi, diventa oggi il fronte davvero decisivo — quello del controllo delle pratiche che la piattaforma dovrà assorbire.
La vera partita: chi controlla migliaia di pratiche?
Con il decreto ormai emanato, il problema che si sposta in primo piano è quello della capacità di verifica: come si controlla un numero di pratiche che rischia di essere semplicemente fuori scala rispetto alle competenze e ai carichi ordinari degli USR? Un rapido calcolo aiuta a capire la dimensione del problema.

Stima della scala del problema: dal miliardo e quattro stanziato al numero di pratiche potenziali da istruire
Se il miliardo e quattro stanziato rappresenta, come si stima, circa il 30% del totale degli accolli potenzialmente coinvolti, il valore complessivo dei lavori sale a circa 5 miliardi di euro. Considerando una pratica media dell’ordine di 800.000 euro, si arriva a un volume potenziale di circa 6.250 pratiche da istruire — un volume veramente esorbitante rispetto alla capacità ordinaria di controllo degli Uffici Speciali, già oberati dalla gestione ordinaria della ricostruzione.
Non è più un problema di volontà politica o di stanziamento: quello è stato risolto. È un problema di scala operativa: 6.250 pratiche di verifica su un meccanismo delicato come la sostituzione del 110% richiedono un apparato di controllo che gli USR, nella loro configurazione attuale, semplicemente non hanno.
Il rallentamento già in corso
Questo passaggio non è astratto: il rallentamento della ricostruzione registrato nei mesi in cui il decreto era ancora sospeso è già un fatto acquisito. Nei mesi immediatamente precedenti, il numero di decreti di concessione rilasciati si è avvicinato allo zero, proprio nella fase in cui il sistema avrebbe dovuto prepararsi ad assorbire l’ondata di pratiche legate alla conversione del Superbonus. Ora che il decreto è arrivato, la domanda si sposta: quel rallentamento si scioglierà rapidamente, o si trasferirà semplicemente sul nuovo collo di bottiglia rappresentato dal controllo delle pratiche?
Non solo controllo: anche la cadenza di rilascio va pensata
C’è una dimensione del problema che rischia di restare in ombra dietro la sola questione di chi debba controllare le pratiche, ma che è altrettanto decisiva: la tempistica con cui queste 6.250 pratiche verranno effettivamente rilasciate. Non è un tema secondario rispetto al controllo — è complementare, e va risolto insieme ad esso.
Da un lato c’è un vincolo di finanza pubblica: lo Stato non può erogare 5 miliardi di euro di controvalore in un’unica soluzione senza un impatto significativo sul proprio profilo di cassa. Un rilascio scaglionato nel tempo — un ragionevole «ammortamento» finanziario, distribuito su più esercizi — è nell’interesse della sostenibilità della finanza pubblica, non solo una scelta prudenziale degli uffici commissariali.
Dall’altro lato c’è un vincolo, altrettanto concreto, di capacità di mercato: aprire migliaia di nuovi cantieri contemporaneamente in un territorio già sotto pressione per manodopera, materiali e capacità delle imprese locali — lo stesso tema affrontato a proposito dell’aumento dei costi di ricostruzione — rischierebbe di produrre l’effetto opposto a quello voluto. Un’ondata di cantieri che il tessuto produttivo del cratere non è in grado di assorbire non accelera la ricostruzione: la ingolfa, con tempi di esecuzione che si allungano per tutti, non solo per le nuove pratiche ex-Superbonus.
Il problema non è solo quante pratiche controllare, ma a quale ritmo farle uscire: troppo lente, e il beneficio resta sulla carta; troppo veloci e numerose insieme, e il sistema produttivo del cratere rischia l’ingolfamento.
Ne discende un’indicazione precisa per la progettazione dell’istruttoria: va pensata come una procedura semplificata, gestibile con i mezzi realmente a disposizione degli uffici — pubblici o professionali che siano — e al tempo stesso calibrata per scaglionare l’apertura dei cantieri secondo una cadenza sostenibile, evitando sia il collo di bottiglia dell’iper-controllo sia l’ingolfamento di un rilascio tutto concentrato in pochi mesi.
Le ipotesi sul tavolo: tra iper-controllo e coinvolgimento dei grandi player
Il dilemma che gli uffici commissariali devono sciogliere ha due facce che vanno tenute insieme. Da un lato, occorre individuare il giusto livello di controllo: un sistema di verifica troppo capillare e rigido rischierebbe di paralizzare ulteriormente l’istruttoria, esasperando un’attività di controllo che diventerebbe essa stessa un collo di bottiglia. Dall’altro, resta da capire chi possa materialmente sostenere un carico di verifica di questa portata: si è parlato, in questo contesto, anche di un possibile coinvolgimento delle grandi società di revisione (le cosiddette «big four») per certificare la fondatezza delle pratiche legate al 110%.
Una lettura alternativa: la responsabilità dei tecnici, con il visto dei commercialisti
Per quanto ci riguarda, riteniamo più probabile un esito diverso, coerente con la direzione già presa dalla riforma della ricostruzione su altri fronti: la responsabilità del controllo tornerà, come sempre più spesso accade, in capo ai tecnici asseveranti, secondo lo schema già visto per le altre asseverazioni della ricostruzione (art. 481 c.p. per falsità ideologica, responsabilità erariale per danno da contributo indebito).
Su questa base, una soluzione che riteniamo più realistica ed efficiente è l’introduzione di un visto di conformità sulla pratica, affidato a commercialisti e revisori legali — figure che, per la natura ordinaria della loro attività, sono già presenti in maniera capillare su tutto il territorio del cratere e che, occupandosi da anni della verifica di crediti d’imposta e detrazioni fiscali legate proprio al Superbonus, non costituirebbero un aggravio organizzativo significativo rispetto a un sistema di controllo costruito da zero. Una rete già esistente, distribuita capillarmente, è anche lo strumento più naturale per scaglionare nel tempo il rilascio delle pratiche senza doverlo imporre con un contingentamento centralizzato: il ritmo di lavorazione della rete professionale diffusa diventerebbe esso stesso il regolatore della cadenza, assorbendo in modo organico sia l’esigenza di controllo sia quella di uno sviluppo sostenibile dei cantieri, invece di concentrare tutto — controllo e tempistica — su un numero ristretto di soggetti chiamati a gestire da soli un volume di pratiche che, per dimensione, rischia di restare comunque ingestibile.
Direzione Renovo

