Criticità per la ricostruzione dei beni culturali privati nel post sisma del centro Italia

Tra i settori della ricostruzione sul quale sembra essersi prestata poca attenzione c’è senza ombra di dubbio quello del recupero dei beni culturali privati (non parliamo di beni pubblici che seguono regole diverse).

Il corpo normativo che ha regolamentato tale settore è sembrato, purtroppo, posto in secondo ordine rispetto ad una ricostruzione maggioritaria concentrata sull’edificato residenziale (ord. 19) e produttivo (ord. 13).

Proprio per tale motivo le regole per la ricostruzione privata dei beni culturali si sono formate in maniera frammentaria e disomogenea, con un quadro normativo a volte controverso e penalizzante per i valori culturali del nostro territorio.

Avendo lavorato in molte situazioni sul patrimonio culturale colpito dal sisma, ci permettiamo di fare alcune osservazioni che, se condivise dagli attori della ricostruzione (usr, tecnici, sovrintendenze, legislatori di ogni ordine e grado), potrebbero stimolare quel necessario dibattito che sicuramente è mancato in origine, quando per necessità ci si concentrò esclusivamente a far rientrare le persone nelle case.

In sintesi, il corpo normativo che riguarda i beni culturali privati sono contenuti su tre ordini normativi di regolamentazione che proviamo a riassumere di seguito.

In primo luogo nelle ord. 13 e 19, quelle prioritarie già richiamate, regolanti rispettivamente la ricostruzione produttiva e residenziale, si è definito un incentivo integrativo alla tutela del bene culturale assegnando una maggiorazione variabile tra il 15% del produttivo e il 40% del residenziale.

In questo caso quindi, per la tutela del bene e la necessità della sua valorizzazione di derivazione costituzionale, si sono limitati alla concessione di un surplus di contributo slegato da ogni motivazione e specifica esigenza.

Da notare che l’artefice di queste prime due ordinanze è il commissario Errani.

Segnaliamo subito che la percentuale di maggiorazione così corrisposta, in maniera sommaria e slegata dalla reale condizione di salvaguardia, sembra del tutto inappropriata.

Come se una fornace ottocentesca ancora adibita all’attività produttiva (ord. 13, 15% maggiorazione) fosse meno meritevole di tutela di un palazzetto adibito a residenza in centro storico (ord. 19, 40% maggiorazione) di egual epoca e spessore testimoniale.

ord.tipo immobilemaggiorazionetutelada quando
ORD. 13/2017Residenziale40%presenza decreto di vincoloal momento presentazione pratica
ORD. 19/2017Produttivo15%presenza decreto di vincoloal momento presentazione pratica

Dopo un anno il legislatore emana l’ordinanza 61 (commissario De Micheli), che mette mano ad una fetta di beni culturali rimasti per specifica funzione esclusi dalle due ordinanze sopra richiamate, ma vediamo che si sono create non poche incomprensioni.

L’ordinanza 61 individua nella premessa del provvedimento proprio tale necessità di integrare le lacune precedenti, infatti “(…) gli interventi di ricostruzione da eseguire sugli immobili di proprietà privata adibiti ad uso pubblico, e in particolare sulle strutture sanitarie e sugli edifici scolastici di proprietà privata, dovranno essere finanziati con le procedure di ricostruzione privata disciplinate dagli articoli 6 e seguenti del medesimo d.l. n. 189/2016, e che pertanto si rende necessario, in ragione della diversa tipologia costruttiva dei detti edifici rispetto a quella tipica degli immobili a uso produttivo o abitativo (…)”.

Ci si è accorti che i beni culturali non hanno solo funzione abitativa e produttiva, nel senso fiscale e di uso concreto che vogliamo intendere, ma possono avere anche altri impieghi.

E’ il caso di scuole e strutture sanitarie come specifica il provvedimento, ma ci sono molte altre fattispecie ricomprese con apertura dell’ordinanza a tutte quelle funzioni diverse dall’abitativo e dal produttivo.

Nello stesso titolo dell’ordinanza è indicata tuttavia la volontà di intervenire su più tipologie di edifici: “immobili di proprietà privata di interesse culturale o destinati a uso pubblico”.

Possiamo dire che per i beni culturali si apre in maniera estensiva a tutti i beni di interesse culturale (prima fattispecie) e quelli destinati ad uso pubblico (seconda fattispecie).

Ma vediamo che in realtà così non è in quanto l’articolo 1 del dispositivo che dovrebbe delineare l’ambito di applicazione dell’ordinanza crea un pasticcio incredibile.

1. Le disposizioni della presente ordinanza (…) disciplinano gli interventi di riparazione, ripristino e ricostruzione dei seguenti edifici privati danneggiati o distrutti dagli eventi sismici verificatisi a far data dal 24 agosto 2016 e dichiarati totalmente o parzialmente inagibili con ordinanza sindacale, ubicati nei Comuni di cui all’articolo 1 del citato decreto-legge:
a) edifici in muratura a destinazione diversa da quella prevalentemente abitativa o produttiva, che al momento dei suddetti eventi sismici erano adibiti a funzioni culturali, sociali o religiose e risultavano dotati di uno o più vani di altezza libera interpiano mediamente superiore a mt 5 o di superficie netta in pianta maggiore di mq 300;
b) edifici in muratura a destinazione diversa da quella prevalentemente abitativa o produttiva, che al momento dei suddetti eventi sismici erano adibiti a usi diversi da quelli indicati alla lettera a) e risultavano dotati di uno o più vani di altezza libera interpiano mediamente superiore a mt 15;
c) edifici i quali, anche se non dotati delle caratteristiche di cui alle lettere a) e b), al momento degli eventi sismici erano adibiti ad usi pubblici, ivi compresi, a mero titolo esemplificativo, la destinazione a scuole private e paritarie, a strutture sanitarie e socio-sanitarie e a caserme”

Intanto, cade palesemente in contraddizione l’estensore del provvedimento in quanto: non viene detto nell’articolo che disegna l’ambito oggettivo di applicazione se trattasi di edifici sottoposti a vincolo culturale, si sostiene questo per la lettera a) e b) non per la c) che dal tenore dell’articolo 1, ma anche dal titolo dell’ordinanza, fa riferimento a edifici non culturali ad uso pubblico.

Non si capirebbe l’uso della congiunzione “o” nel titolo che lascia intendere univocamente che l’ordinanza volesse regolare due categorie distinte:

  • beni culturali diversi dal residenziale e produttivo
  • beni non culturali ad uso pubblico.

Diciamo questo anche perché se così fosse, ci sarebbe un’integrazione plausibile con i provvedimenti esistenti, leggendo in altra maniera ci sarebbe un contrasto con le norme precedenti.

Chiaramente le due questioni hanno tematiche e problematiche diverse, il primo errore potrebbe essere stato quello di mettere insieme due tematiche così diverse e complesse in un unico provvedimento.

Tralasciando la lettera c) del comma 1, che non dovrebbe riguardare beni culturali privati, vediamo che ci sono altre macroscopiche contraddizioni per le fattispecie di cui alle lettere a) e b).

Intanto deve essere detto che trattasi di beni culturali come già evidenziato.

E’ illogico poi il vincolo tipologico e dimensionale imposto; per quale motivo questa tipologia di beni dovrebbe essere discriminata tra muratura e cemento armato? E perchè dovrebbero avere quelle dimensioni minime?

Si ritiene che per logicità l’ordinanza sia stata ispirata dai principi costituzionali di tutela dei beni culturali, quindi appare sconfortante lo svarione del legislatore che circoscrive a edifici in muratura e solo con certe dimensioni.

L’ordinanza doveva regolamentare i beni culturali privati diversi dal residenziale e produttivo per l’ovvia tutela del bene culturale che è sempre da promuovere, sia esso in muratura o acciaio, sia esso alto due metri o venti metri, sia dentro che fuori cratere, oltre che chiaramente per non discriminare i detentori dei beni culturali.

Dal punto di vista del trattamento economico, per i beni culturali di cui all’ordinanza 61, cogliamo un modo del tutto nuovo e diverso di trattare la questione da parte del legislatore.

Viene definito un sistema di maggiorazione molto più consistente e offerta la flessibilità per la copertura di contributo maggioritario tenuto conto del valore culturale del bene e della presenza di beni mobili, impianti, al suo interno.

Infatti all’articolo 4 dell’ordinanza a tema “Disposizioni specifiche per gli edifici di interesse culturale” che dovrebbe riguardare le nostre fattispecie a) e b) viene definito che:

“3. Per gli edifici vincolati per legge ai sensi dell’articolo 45 del decreto legislativo n. 42 del 2004, l’incremento del 20% stabilito sub a) nella Tabella 7 dell’Allegato 1 all’ordinanza n. 19 del 2017 è aumentato fino al 30% nel caso di interventi richiesti dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo per esigenze di tutela.

4. Per gli edifici di cui al presente articolo, qualora sia stato necessario trasferire temporaneamente in depositi idonei gli arredi e le suppellettili di interesse culturale, è riconosciuto a copertura dei costi del trasloco e della successiva riallocazione nell’edificio un contributo pari all’80% dei costi sostenuti comprovati con fattura o con altra idonea documentazione. “

Facciamo attenzione al fatto che la maggiorazione aggiuntiva di cui al comma 3 che potrebbe far pensare ad un intervento qualificato della sovrintendenza di competenza, che potrebbe dietro una propria valutazione aumentare l’importo di contributo, è in realtà inutilizzabile se non in maniera limitata perché fa riferimento al vincolo culturale di cui all’art. 45 del codice dei beni culturali che tratta i vincoli indiretti.

L’art. 45 è un insieme ridotto dei beni culturali, e se vogliamo dirlo è una tutela di secondo grado del patrimonio, che riguarda l’edificio o il paesaggio prospicenti un bene: con tale vincolo il legislatore del codice dei beni culturali ha inteso tutelare l’intorno di un edificio come visione e integrità d’insieme.

Incomprensibile e inconferente che la maggiorazione arbitraria della sovrintendenza sia indirizzata a questa fattispecie e non ai beni culturali con vincolo diretto.

Il legislatore comprende che la tutela, attraverso un idonea concessione di contributo contributo, debba in qualche modo essere legata al valore culturale in gioco che può essere definito solo dalla competente sovrintendenza, ma svilisce questa importante intuizione facendolo diventare uno strumento inutilizzabile in quanto limitato a vincoli indiretti e oltretutto irrisorio.

ord.tipo immobilemaggiorazionetutelada quando
ORD 61/2018Diversa dal residenziale e produttivo+ 40% sempre
+ 10% – 30%
in base altezza
+ 80% del valore degli impianti originari
+ (?) interventi richiesti dal Mibact
+ 80%  costi ricollocamento arredi
non dice nullanon dice nulla

Nota bene che l’ordinanza 61 non ci dice nulla in merito alla condizione di vincolo per poter avere accesso alle misure, probabilmente una dimenticanza.

Notate bene che tutte queste sviste in un unico provvedimento sono sconfortanti anche perché indirizzate al settore più sensibile della ricostruzione, quello che forse meriterebbe più attenzione.

Dopo l’ordinanza 61, è arrivata l’ordinanza 90 che regolamenta i criteri per l’individuazione della modalità di ammissione a contributo per i ruderi e collabenti culturali.

L’ordinanza in sintesi vuole regolamentare una terza fattispecie di beni culturali rimasti esclusi dalle precedenti ordinanze (chiaramente le ordinanza 13, 19, 61 fanno riferimento ad edifici in funzione).

Sono regolamentati pertanto gli immobili dismessi e/o in stato di rudere di qualsiasi funzione. Il commissario di riferimento è questa volta Farabollini.

In particolare l’articolo 2 delle linee guida allegate all’ordinanza definiscono l’ambito oggettivo di applicazione, per cui rientrano a contributo questa volta:

a) Edifici allo stato di rudere aventi le seguenti caratteristiche: perimetro delimitato da pareti murarie che raggiungano l’altezza media di almeno m. 2,00 da terra, non individuabili né perimetrabili catastalmente, nonché privi totalmente di copertura e della relativa struttura portante e di tutti i solai (o con alcune volte e/o orizzontamenti);

b) Edifici che risultino danneggiati a seguito degli eventi sismici, non utilizzati o inagibili al momento del sisma, con o senza collasso di elementi strutturali, anche abbandonati e privi di impianti, ovvero dotati di impianti essenziali quali lo smaltimento delle acque nere, l’adduzione dell’acqua e dell’energia elettrica, anche con presenza di un grado di finitura minimo (pavimenti, intonaci interni ed esterni, infissi), costituiti da una regolare e ben individuata struttura, riconducibile per materiali costituenti e funzionamento strutturale a tipologie tradizionali dell’edilizia in muratura.

Torna a bomba la problematica legata alla muratura, come se un bene culturale non possa essere in legno, cemento armato o acciaio. Questo inciso ribadito su più atti lascia veramente perplessi, forse è la conferma della firma dello stesso redattore.

ord.tipo immobilecontributo tutelada quando
ORD. 90/2017Ruderi ed edifici collabenti250 euro/mq
ruderi
400 euro/mq
dismessi
presenza decreto di vincoloal momento del sisma 

L’ordinanza 90 sancisce poi un nuovo principio: quello per cui il vincolo culturale, per poter accedere a contributo, deve essere stato notificato prima della data del sisma ( 24 agosto 2016).

Quindi sulla ratione temporis dell’apposizione del vincolo quale requisito per l’ammissione a contributo abbiamo tre scenari diversi:

  • per il commissario Errani con l’ordinanza 13 e 19, per accedere alle maggiorazioni culturali, il vincolo deve essere posto prima della consegna della pratica (quindi anche dopo il sisma);
  • per il commissario De Micheli con l’ordinanza 61 non era necessario regolamentare tale aspetto perciò non si comprende quando deve essere intervenuto il vincolo, non dicendo nulla potrebbe essere facoltativo;
  • per il commissario Farabollini con l’ordinanza 90, per poter accedere a contributo, il vincolo culturale doveva essere posto già al momento del sisma.

Stessa schizofrenia la troviamo sugli aspetti economici contributivi legati alle varie fattispecie culturali tra maggiorazioni apodittiche per ord. 13 – 19, situazioni sovrapposte super favorevoli per ord. 61, costi parametrici irrisori ord. 90.

Questo quadro normativo per i beni culturali è desolante, urge una riflessione su come riordinare le cose.

Per la ratione temporis dell’intervento del vincolo si ritiene che, per godere delle maggiorazioni così come poter accedere al contributo, debba farsi riferimento alla presentazione della pratica, per un prevalere chiaro del principio di tutela su vuoti formalismi amministrativi.

Inoltre si dovrebbe valutare seriamente la possibilità di ragionare sulla dichiarazione di interesse culturale che è di molto anticipata rispetto al decreto di vincolo.

Molte pratiche di ricostruzione dell’ord. 19 e 13 sono ferme per questo disallineamento tra dichiarazione di interesse ed effettiva comunicazione del decreto di vincolo dal parte del MIBACT.

Molti beneficiari attendono da mesi, se non anni, il rilascio del decreto di vincolo per poter ottenere le maggiorazioni dovute di cui si necessità per proporre il più idoneo intervento di restauro.

Tutte le tipologie di beni culturali dovrebbero ragionare allora sulla data di dichiarazione di interesse culturale precedente alla presentazione della pratica, non già a decreto effettivo e mai alla data del sisma.

Per concludere, ci auguriamo che questa faticosa ricognizione che abbiamo effettuato possa essere di aiuto a comprendere che il patrimonio e il bello del centro Italia meritano qualcosa di più.

Abbiamo ben compreso che il nuovo commissario Legnini, persona di grande senso pratico oltre che raffinato giurista, non è del tutto favorevole a aggiungere nuove regole alla ricostruzione per non creare nuova aggravi normativi, piuttosto considerando favorevolmente interventi chirurgici di riempimento di lacune.

Ci auguriamo tuttavia che metta mano energicamente a questa situazione, riscrivendo le norme sui beni culturali privati che meritano un libro mastro fatto di buon senso per la valorizzazione del bello.

Non fa onore l’atteggiamento fin qui avuto nei confronti di una nazione come la nostra che primeggia per possesso di beni ma anche per cultura nel campo della tutela del patrimonio culturale.

Si fa difficoltà a credere che le norme per la ricostruzione post sisma siano così scoordinate, illogiche e non guardino all’effettivo valore culturale del bene.

Non è difficile da comprendere che il bene culturale in quanto ricchezza collettiva debba avere un contributo di riparazione variabile sulla base dell’importanza del bene culturale come portatore di valori: testimoniali, di unicità, artistici, di antichità ma anche capacità di produrre un reddito economico.

Non possiamo consentire che per paura di riscrivere delle regole si possa perdere l’occasione di una valorizzazione dei beni culturali che sono di proprietà privata, ma di interesse collettivo; appiattire queste problematiche concedendo pochi quattrini a tutti non pare la maniera giusta di operare.

Concediamo a chi è più meritevole e meno a chi non lo è: per far questo abbiamo necessità che personale qualificato decida quanto concedere, il recupero e la valorizzazione dei beni culturali non può passare per costi parametrici e maggiorazioni standard.

Abbandoniamo l’approssimazione economica del tutto infondata e basiamoci su criteri logici sul valore culturale del bene, inteso attivamente come crescita di esso, ma anche passivamente come perdita in caso di deperimento.

La riscrittura delle regole deve coinvolgere il mondo accademico e gli esperti di settore, è palese che il tentativo di regolamentare dei tre commissari precedenti sia fallito per mancata visione e coinvolgimento di profili professionali idonei.

Direzione Renovo

01/10/2020