La ricostruzione che non c’è

Quando si ragiona in ottica riassuntiva, quando si vanno a tirare delle somme, quando si stila un punto della situazione, è sempre bene partire da ciò che è stato fatto (e ciò che non è stato fatto) per capire come orientare le nostre prossime azioni.

A partire dal giorno stesso della prima scossa, quel maledetto 24 Agosto 2016, qualcosa in effetti si è mosso. Numerose disposizioni legislative (86 sono solo le ordinanze) sono state approvate dai commissari che si sono via via succeduti: una delle ultime, non certamente irrilevante, è l’ Ordinanza 81 che dilaziona i termini per la presentazione delle domande di contributo per i danni lievi e fissa la nuova scadenza al 31/12/2019, in concomitanza con l’ introduzione dell’ obbligo, per i soggetti legittimati, di trasmettere entro il 30/09/2019 i conferimenti degli incarichi al professionista per la presentazione della pratica relativa agli interventi legali alla ricostruzione leggera stessa.

E se da una parte procrastinare le scadenze significa concedere ulteriori possibilità a tutti coloro che non hanno bisogno di altro se non di, appunto, ulteriori possibilità e di maggior tempo per combattere la burocrazia, questo non può che ricordarci quanto ancora siamo in ritardo sulla tabella di marcia, non può che ricordarci che spesso le parole hanno avuto il sopravvento e non hanno avuto un seguito, mancando di concretizzazione e traduzione in fatti.

Basterebbe solo ricordare che ad oggi, esattamente 3 anni dopo l’inizio di tutto, solo nelle Marche ci sono ancora 463.986,99 tonnellate di macerie da rimuovere (circa la metà del totale). Se ricostruire significa rispondere a 79.320 potenziali richieste di contributo, se ricostruire significa investire qualcosa come 22 miliardi, ecco qui che prendere atto che sono arrivate meno del 10% delle pratiche attese fa davvero rumore. Secondo le fonti commissariali, ad oggi sono in lavorazione (tra comuni, professionisti e USR) 6.289 RCR, a conferma della stima fornita dalla Fondazione Symbola che fissa addirittura al 2049 il termine della ricostruzione: con circa 15 anni stimati solo per la presentazione dei progetti, arriviamo a 30/35 anni per la fine dei lavori degli edifici privati. Senza quindi tenere conto di tutto il mondo della ricostruzione di edifici di pubblica utilità.

Evidentemente, per quanto utili, non sono le proroghe a fare una ricostruzione. Evidentemente, i problemi vanno cercati altrove, alla radice, nel motore della macchina. Si potrebbe puntare, per esempio, sulla decentralizzazione degli uffici, sull’ estensione dell’ utilizzabilità del sisma bonus, su un allestimento di tavoli istituzionali rivolti esclusivamente allo sviluppo delle aree terremotate, per non parlare del credito di cui godono imprese e professionisti che, nell’ attesa di vedere retribuito il loro lavoro, rimangono bloccati nella melma di un ingranaggio che, ad oggi, non da alcun segno di ripresa.

Lo Staff

25/08/2019

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