Centro Italia dimenticato, a due anni dal terremoto la ricostruzione è al palo

Da un articolo di Edilizia e Territorio di Raffaella Calandra del 23/10/2018

Da Norcia a Ussita fino a Visso: macerie abbandonate e pochi cantieri. La denuncia di sfollati e imprese pronti a manifestare a Roma. Turismo crollato del 70%

Dall’altra parte, ora si muovono solo i fantasmi. E qualche gatto.

Oltrepassati i cancelli della zona rossa, un unico silenzio avvolge piazze, case e macerie. E amplifica i passi di chi si ritrova come in un fermo immagine. Perché due anni dopo la successione di scosse che ha raso al suolo interi borghi, ucciso 303 persone e stravolto il centro Italia, quasi ovunque da Visso a Castelluccio, da Norcia a Castelsantangelo sul Nera, tutto è rimasto come quel 30 ottobre.Anzi, in alcuni casi, «è peggio», si disperano gli sfollati per la seconda volta. Sfollati dalle loro case per il sisma; sfollati dalle casette d’emergenza, per l’incuria.

Così, tra Visso, Castelsantangelo sul Nera, Norcia, Ussita, Muccia, i vecchi e nuovi paesi sono uno di fronte all’altro. E aspettano.

Il gorgoglio dell’acqua del fiume Nera è l’unico suono ora in quella che era la piazzetta di Castelsantangelo, dove i balconi reggono, a stento, da due anni il peso di tetti e muri crollati. Davanti al vecchio bar, un foulard è imprigionato tra le pietre. E gli squarci delle case mostrano ancora salotti, cucine e bagni di un tempo. Qui nessun edificio è stato neanche puntellato, non ci sono impalcature, né tubi. Nessuno sembra averci messo più piede. Se non per portare via i resti di qualche demolizione. «Primo paese per quantità di macerie» elenca il sindaco, Mauro Falcucci. Primato senza benefici, per questo borgo, che teme di sparire. «L’unico lavoro arriva dallo stabilimento dell’acqua e nessuno si preoccupa dei nostri piccoli imprenditori. Siamo lontani, non portiamo voti, né clamore e siamo abbandonati».

Dentro il container appena allestito a Municipio, il sindaco formula richieste precise. Innanzitutto di chiarezza: «ci dicano se mai davvero ci sarà la ricostruzione o dobbiamo rinunciarci». Tra i tanti ostacoli, anche le difformità urbanistiche. «Ma noi contiamo meno di Ischia» si sfoga Falcucci, davanti ai giornali con le polemiche sul condono. Tra poco, la neve renderà i pochi abitanti ancora più isolati. Perché la questione non è solo dare assistenza alla popolazione fuori casa, ma immaginare il futuro stesso dei paesi di montagna.

«La creazione del porto franco aiuterebbe a ridurre lo spopolamento, insieme ad un’efficace connessione. Invece per ora non ho neanche garanzie sui contratti in scadenza per i professionisti che ci stanno aiutando. Se non ci fossero i rinnovi – prospetta – riporto la fascia in Prefettura». Far ripartire la vita e l’economia. Tra i paesi del cratere, le esigenze sono un po’ ovunque le stesse. A Norcia, con un banchetto sull’ unica strada percorribile, Anna Bianconi prova ad attrarre qualche sporadica???. Con una mano, mostra depliant che raccontano di resort, chef stellati e piscine un tempo piene di glorie, con l’altra i menu low cost del ristorante allestito, dopo le scosse. «Se non ci aiutano almeno con la ricostruzione dell’hotel meno danneggiato, come facciamo a continuare a pagare i dipendenti?».

Domande di chi da due anni sta resistendo, alla tentazione di de localizzare e ora, insieme ad altri piccoli imprenditori, pensa anche di andare a «manifestare a Roma, se serve, pur di avere risposte. Hanno annunciato l’inizio dei restauri per la basilica di San Benedetto, ne siamo felici, ma per noi nessuna parola. Abbiamo presentato i progetti e ora aspettiamo, ma cosa ?».

Più che i fondi – «che tutti continuano a ripetere che ci sono» rassicurano tutti gli amministratori – nei centri storici si aspetta «lo sblocco dei vari colli di bottiglia della burocrazia», ammette Piero Farabollini, neo commissario straordinario per la ricostruzione. Dare una priorità alle imprese, come fu per l’Emilia? «È una scelta politica» non si sbilancia, mentre accompagna nei cantieri il sottosegretario ai beni culturali, Gianluca Vacca, che annuncia «la nomina presto di un nuovo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega sulla ricostruzione». Il report della precedente commissaria, Paola De Micheli, racconta di «2mila cantieri avviati con quasi 300 milioni di finanziamenti, per edifici privati e delocalizzazione delle attività produttive; 2 miliardi di opere pubbliche programmate e un trend in accelerazione». Ma tranne qualche cantiere per gli edifici meno danneggiati in quelle che erano le piazze di questi borghi – «tra i più belli d’Italia» come recitano i cartelli – quasi nulla si muove. Negozi, artigiani e uffici sono raggruppati in casette di legno o in centri commerciali. In due anni, il turismo «è crollato del 70%», stimano concordi amministratori e commercianti. Ed è per questo che, ad esempio, a Visso vogliono rilanciare un progetto, per costruire con fondi europei una pista ciclabile che collegherebbe il paese con i vicini Castelsantangelo, Castelluccio e Ussita. Tutti borghi distrutti, che «continuano ad essere amati dai visitatori, che dobbiamo incentivare anche così a venire» articola il vicesindaco Luigi Spiganti, mentre ci accompagna nella «città fantasma. O città dei gatti». Qui non è stata finita neanche la messa in sicurezza dei palazzi antichi. E chi accoglieva turisti ora reclama la riapertura di fondamentali arterie di collegamento col versante Adriatico. «Per la nostra sopravvivenza», ripetono ristoratori, salumieri, allevatori, come Mario Del Marro, che sta dormendo in roulotte nel pratone di Castelluccio, per stare accanto al suo gregge. Solo ora, qualche casetta dovrebbe essere allestita anche qui, come chiesto da subito dai piccoli imprenditori di questo borgo, attrazione per turisti di ogni parte del mondo. Come i tedeschi, arrivati in camper fino al ranch dei Sibillini, per veleggiare col deltaplano. «Almeno ora c’è la strada, ma se non si ricostruisce, mancano le strutture per l’accoglienza», allarga le braccia Gilberto Brandimarte, mentre accarezza Masha, l’asina mascotte e snocciola le cifre stanziate in aiuto «per ogni pecora o mucca, ma non per i cavalli».

Il sole scende su Castelluccio e a sera qui resta solo l’esercito, a sorvegliare la zona rossa. Dove gomitoli di ferro arrugginito spuntano da colline di macerie. Le demolizioni stanno facendo sparire anche i punti di riferimento e solo delle tracce ricalcano le antiche stradine del borgo della fioritura. Davanti la chiesetta, una scavatrice si è fermata in attesa che i restauratori mettano in salvo l’altare ligneo. I rumori indicano movimento, come i cantieri per la costruzione del discusso centro commerciale Deltaplano, per raggruppare i ristoranti. La distruzione, che ha trasformato il borgo della fioritura in uno dei simboli del sisma del 30 ottobre, sembra esser diventata motore per avvicinare la ricostruzione. Nel centro Italia, è il silenzio a far paura a chi lotta da due anni, per non dover andar via.

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