Il silenzio assenso per la ricostruzione. Chi l’ha visto?

Come spesso capita in Italia le norme di buon senso ci sono ma la mala prassi brucia ogni tentativo del legislatore di operare nel rispetto dei principi dell’azione amministrativa.

E’ il caso ad esempio delle tempistiche di approvazione dei progetti per la ricostruzione privata post sisma del centro Italia.

A quanto pare il legislatore della normativa della ricostruzione, decretone iniziale e ordinanze commissariali comprese, non ha in nessun modo derogato la norma nazionale generale che impone la conclusione del procedimento amministrativo in 30 giorni.

In qualche passaggio di ordinanza viene solo indicato che il segmento procedimentale per la verifica della conformità urbanistica da parte dei comuni deve avvenire entro 30 giorni.

Quindi un unico vincolo scritto per i comuni mentre per gli uffici della ricostruzione niente.

Nel girare quotidiano tra tecnici della ricostruzione abbiamo sentito più volte le lamentele sul fatto che gli uffici della ricostruzione trattengono le pratiche per cinque, sei mesi e come se non bastasse dopo tale ritardo chiedono integrazioni in molti dei casi inutili o meglio del tutto imbarazzanti.

E’ l’inizio della fine se un istruttore dopo sei mesi, con famiglie fuori casa a carico dello stato in CAS o altro, si metta a sindacare sul fatto che una tazza del gabinetto debba essere rimontata o meno per portare benefici alle casse erariali.

L’esempio della tazza da smontare non è inventato, affatto, la situazione è stata riscontrata più volte nelle integrazioni richieste ai poveri tecnici che tanto devono subire.

Andrebbe detto all’istruttore che una famiglia fuori casa un mese, per disagio ed economie, vale di più di un sanitario da smontare con il bisturi.

Non si vuole in nessun modo credere che ci sia poi un ordine di batteria arrivato dall’alto per ritardare la ricostruzione magari per risparmiare quattrini, sarebbe inconcepibile e deleterio per tutti.

Vista la situazione riscontrata e per tornare alle premesse ci si chiede se

il silenzio assenso vale o non vale per le pratiche di ricostruzione privata?

All’interno degli USR probabilmente direbbero “certo che non vale!” ma chi scrive non ne è particolarmente convinto.

La Legge n. 241/1990 ha definito una disciplina generale del cosiddetto silenzio assenso, con la finalità di responsabilizzare la pubblica amministrazione e di tutelare le pretese dei cittadini nei confronti dell’inerzia delle amministrazioni.

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In sostanza, qualora entro il termine previsto per la conclusione del procedimento amministrativo l’amministrazione non adotti il provvedimento espresso a contenuto favorevole, oppure non adotti il provvedimento di diniego, il silenzio è considerato come assenso, cioè alla stregua di un comportamento concludente e formativo di un atto.

Salvo l’esistenza di particolari specifiche disposizioni derogatorie che potrebbero sfuggire, il procedimento dovrebbe essere concluso nei tempi canonici e non si venga a dire che la concessione del contributo non ricade nell’alveo dei procedimenti amministrativi.

Sarebbe interessante qualche spunto autorevole o una bella pronuncia di TAR sula questione.

Ribadiamo come sempre fatto nei nostri articoli che di verità assolute non ne abbiamo, il nostro fare è di chi vuole stimolare discussioni e riflessioni affinché la ricostruzione prenda piede nel meglio delle condizioni.

Si parla sempre di come accelerare la ricostruzione ebbene quella di definire un limite certo e verosimile dell’istruttoria per la concessione del contributo sarebbe senz’altro una bella misura.

D’altronde il tecnico incaricato firma con il sangue la pratica di ricostruzione, per così dire,  e di responsabilità verificabili anche a posteriori ne ha parecchie.

Forse ci si potrebbe accontentare di controlli a campione sui lavori eseguiti?

Perché concentrare questo sovraccarico di verifiche dei progetti sugli USR quando il controllo può essere effettuato anche dopo?

Perché poi i tecnici dell’USR sono a sindacare le scelte tecniche dei tecnici progettisti? Non sono mica più bravi di loro e tra l’altro creano una pericolosa corresponsabilità su eventuali carenze del progetto.

Personalmente credo che gli USR si dovrebbe preoccupare a campione, in un periodo allargato non concentrato alla presentazione del progetto, esclusivamente della regolarità contabile – contributiva e non di aspetti tecnici.

Quando poi si dice che non c’è mai limite al peggio si viene a sapere in questi giorni che in qualche riunione di un USR nel centro Italia qualcuno ha addirittura avuto l’alzata di ingegno di proporre di respingere in toto le istanze di contributo nel momento in cui si riscontrino delle incompletezze documentali nella pratica presentata.

Non basta più perdere tempo con copiose richieste di integrazioni a volte trascurabili ma si pensa addirittura di respingere totalmente al mittente la pratica così azzerando i tempi di presentazione della stessa.

Suvvia non facciamo ridere.

Cerchiamo di soppesare gli aspetti importanti al momento dell’istruttoria della pratica di ricostruzione privata e cerchiamo di darci una mossa con buon senso e certezza dei tempi.

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Arch. Paolo Capriotti 05/06/2018

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